#Pennebiancorosse - Riccardo Rosa: "Il Monza al Sada, perchè no?"

di Giulio Artesani
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Riccardo Rosa
Riccardo Rosa

Si definisce "Monzese di nascita, ma che sogna California...". Da qualche parte leggiamo su di lui che ama le serie tv americane e lo streaming (quello legale...) e che nutre un'insana passione per la cara vecchia Inter. Tocca a Riccardo Rosa arricchire la rubrica "Pennebiancorosse", dedicata a chi scritto e fotografato qualcosa sulla squadra di calcio nostrana, e quindi sottoporsi al nostro solito fuoco di domande. Nato a Monza 51 anni fa in clinica Zucchi come si conviene a tutti i monzesi “doc” (ma nell'animo si sente un 18enne sempre alla ricerca di nuove esperienze), diplomato al Mosè Bianchi in ragioneria e laureato in scienze politiche. Militare assolto nei carabinieri grazie a uno zio generale. Mai sposato (e non gli risultano figli in giro...). Riccardo appartiene a quella categoria di persone che se potesse tornare indietro, proverebbe a vivere una vita completamente diversa da quella ha vissuto. Ha iniziato a fare il giornalista al Cittadino nel 1994. Il suo primo articolo scritto verteva su un tema “scottante”: in chiesa i fedeli preferisco le candele elettriche o di cera?
Riccardo, anzitutto grazie per la disponibilità. Sei rimasto uno dei baluardi del giornalismo nostrano: un’impresa per nulla facile di questi tempi...
Hai ragione, non è facile e forse non lo è mai stato. Monza ha sempre patito la vicinanza con Milano anche sotto questo profilo. Credo però che in un certo senso il “vero” giornalismo sia proprio quello quello locale. Anzi, credo che la cronaca locale sia l’unico futuro possibile.
Recentemente abbiamo letto qualcosa in merito ad una tua idea (che io condivido in pieno...) di far tornare il calcio che conta allo stadio "Sada": ce ne riassumi i termini?
Più che un’idea, è un sogno.  Far tornare il Monza al Sada significherebbe far tornare la squadra nel cuore della città, nello stadio dove forse ha vissuto le sue stagioni più entusiasmanti.  L’operazione potrebbe innescare un meccanismo virtuoso e far riavvicinare i monzesi alla squadra. Identità, territorio e sport non sono solo parole, ma valori sui quali bisogna puntare. Tuttavia, il Brianteo non lo si può certo abbandonare o demolire. L’unica soluzione sarebbe di venderlo o di convertirlo a un altro uso, ma non saprei dire quale…

Qual è stata la tua prima volta a vedere il Monza, e se non sono indiscreto, con chi?
Con mio padre, metà anni Settanta, avevo otto o nove anni, credo fosse per una partita estiva e serale di quello che una volta si chiamava Torneo anglo italiano.

Rimaniamo nel campo (ahinoi...) dei ricordi: quale partita ti è rimasta più in mente fra tutte quelle che hai visto ?
Ricordo le stagioni con Buriani e Tosetto in squadra, ma la partita che mi è rimasta più impressa è senza dubbio Monza - Como finita 3 a 3. Era il 13 aprile del 1980, avevo 13 anni e quell’anno seguii la squadra in tutte o quasi le partite casalinghe. Il match col Como era una specie di spareggio per la A, 90 minuiti col fiato sospeso, una gran bella prova dei biancorossi, ma un rigore molto dubbio all’ultimo secondo fischiato da Agnolin ci tagliò le gambe. Purtroppo a fine partita i tifosi biancorossi si lasciarono andare a risse e tafferugli, la frustrazione per l’ennesima promozione mancata giocò un brutto scherzo.

Una domanda "secca": tre giocatori che ti sono rimasti nel cuore...
Tosetto, Massaro e Antonelli.

Ed una non meno diretta: viceversa, tre nomi da dimenticare...
Se potessi dimenticare qualcosa del Monza non indicherei nomi di calciatori, ma piuttosto di certi dirigenti che ci sono costati due fallimenti in pochi anni. 

E fra gli allenatori? Chi sono i condottieri che ti hanno più impressionato?
Alfredo Magni. Ma la mia è una scelta condizionata dalla nostalgia: le prime partite di calcio viste allo stadio erano del suo Monza.
Parlando di Monza città, secondo te di chi sono le maggiori colpe del periodo di crisi che  ha portato il calcio nostrano sin nel limbo dei dilettanti?
L’inspiegabile disinteresse  della classe imprenditoriale locale. Bergamo dista pochi chilometri, ma sull’altra sponda dell’Adda allevano campioni e fanno affari d’oro con i maggiori club italiani e internazionali.

Ed ora che il Monza tornerà a calcare i campi professionistici, quali sono le tue aspettative, ovviamente realistiche com'è nel tuo modi di pensare?
Mi aspetto che faccia un buon campionato di Lega Pro puntando sui giovani e che magari, fra un paio d’anni, torni a lottare per la B.  Sarebbe più che sufficiente…
Passiamo al settore giornalistico: qual è la principale differenza tra nuove e vecchie generazioni (viste da te in quanto cinquantenne che stai nel mezzo...)
Internet è stata una rivoluzione per il nostro lavoro, ma la stella polare di ogni giornalista, giovane o vecchio che sia, deve rimanere sempre e una sola: la suola delle scarpe, uscire dalla redazione e andare a vedere coi propri occhi cosa succede. Questo mestiere offre un privilegio che sarebbe peccato mortale non cogliere: essere testimoni.

Ci puoi raccontare un aneddoto legato alla tua vita da cronista al seguito del Monza?
Non ho mai seguito per lavoro le partite del Monza, me ne sono sempre occupato in occasioni particolari come l’ultima promozione o durante i fallimenti. Tuttavia, qualche anno fa, credo durante uno degli ultimi campionati di B della squadra, il giornale mi accreditò come inviato per seguire le partite. All’inizio fu molto complicato perché non conoscevo nessuno e non avevo rapporti, così mi feci dare una mano da un amico che frequentava la curva (di cui non rileverò mai il nome) che al contrario era molto bene inserito. Fu la mia “gola profonda”…

C’è un campione sportivo, anche al di fuori del calcio,  a cui sei particolarmente legato?
Walter Bonatti, la sua storia dovrebbe essere raccontata ai bambini delle elementari. Ho avuto la fortuna di conoscerlo e di stringergli la mano.

Infine una domanda sulla nostra testata: secondo te cosa c'è da migliorare in una realtà come Monza-news?
Fate un grande lavoro, mi permetto solo di suggerire caratteri più grandi: sto diventando presbite e non mi sono ancora abituato a portare gli occhiali. Ovviamente, è una battuta…

 

Giulio Artesani


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